La musica e i soldi

La musica e i soldi. La creatività e il profitto. La purezza della creazione e il compromesso con gli standard e il mercato. Due realtà, due moralità che spesso vanno a braccetto anche se diametralmente opposte.
Quando parliamo di musica, dobbiamo distinguere tra il lavoro artistico e il prodotto “commerciale”. Il primo vive con e per la sua genuinità e purezza, la creazione resta un’opera fine a sé stessa, un attimo o un’epoca racchiusa nel lavoro dell’artista senza compromessi con le mode o le tendenze che ne storpierebbero il cammino. Il prodotto commerciale d’altro canto, ha come unico obbiettivo il profitto e per questo non può essere un’opera che miri alla lungimiranza, all’originalità e alla limpidezza in quello che rappresenta. Questo tipo di approccio sfiora solo superficialmente l’aspetto creativo, visto che è a tutti i costi servo di quello che è “in” e vendibile in quel preciso momento – deve sottostare alle regole del mercato. Il rapporto con il mercato della musica – si potrebbe definire proprio questa come la differenza principale tra l’opera artistica e il prodotto.
La musica, come ogni forma espressiva e arte, dovrebbe essere libera da secondi fini e interessi, perché questi si sovrappongono al processo creativo in modo asfissiatico, rubandone la linfa vitale con le limitazione che portano con sé. E’ logico perciò che la creazione di un’opera genuina non può sottostare alle promesse di fama e soldi, alle imposizioni del “mondo esterno” e alle forze che con l’opera in sé non hanno nulla a che fare – se no si vuole perdere e deteriorare l’essenza del pensiero e dell’idea, quello di cui è composta l’opera, altrimenti resta solo una “scatola” senza rilievo e peso artistico con la quale fare soldi; un controsenso sensato dei nostri tempi.
Con questo non voglio biasimare chi fa musica per soldi, perché alla fine tutti noi dobbiamo vivere e sopravivere in qualche modo; un lavoro, il commercio o in questo caso la musica – sopratutto nei tempi difficili che corrono. Ma avere il profitto, oppure la fama che è ugualmente nociva al processo creativo, come principale fine nella creazione di musica e imporre questo come standard, svaluta l’intero genere musicale. Ho un enorme rispetto per l’arte espressiva in qualsiasi campo, se fatta con il cuore e lo spirito pienamente ed esclusivamente dedicato a quello che si sta facendo senza cadere nelle trappole materiali del mercato – e benvenga se nonostante ciò si riesce a viverci e guadagnare – ma svendere al miglior offerente la propria musica depaupera pure i musicisti seri.

Certo, la preservazione della propria integrità può portare a poco successo e a incomprensione nel presente – proprio perché quello che si crea lo si crea senza compromessi – ma se un’opera è stata creata consapevolmente libera e fuori dagli schemi imposti da sogni di ricchezza e fama, dalla società o dalle persone, con l’intento di creare qualcosa di unico ed originale, questa resterà nel tempo e si affermerà come classico, quello a cui un brano “in” e alla moda, un brano “per fare soldi” non potrà mai aspirare, proprio per il differente approccio mentale e creativo.

La musica e i soldi.

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