Intervista di Santo su Moodmagazine

Nato a Stoccarda e trasferitosi a Roma, Santo Trafficante è un personaggio singolare e alquanto discusso all’interno della scena hiphop italiana, fondamentalmente per il suo modo di porsi. Andando però oltre la superficialità dettata dal primo incontro, scopriamo un artista assolutamente genuino e degno di attenzione per la sua musica e per i suoi progetti. Santo Blanco aka C.A.P.O. aka Top del Top, Boss dei Boss e il Rapper. Stacce.

Santo, grazie innanzitutto per aver accettato l’invito. Sei un personaggio controverso, discusso e amato, ma soprattutto vero. Immagino che la credibilità sia uno degli aspetti su cui lavori maggiormente…
Diciamo che di base non ci devo lavorare, sono come sono e la gente sa che sono. Rispetto a molti altri artisti, Santo non è un personaggio da film o in qualche modo montato, come invece si può riscontrare spesso in altre persone nella scena. Chi mi conosce sa che non ho atteggiamenti da star da due soldi, ma sono una persona con i piedi per terra che lavora duramente ai propri progetti. Per questo cerco di essere sempre umile, perché montarsi la testa significa perdere il contatto con la realtà. Santo è come un classico, cerco di essere eterno in quello che faccio, lavoro per lasciare qualcosa di speciale e di unico. Per tornare alla credibilità posso dire che si basa prima di tutto sulla coerenza in quello che faccio da anni, sempre cercando di distinguermi dagli altri, secondo si basa sulla conoscenza della musica Rap e dell’Hiphop che coltivo da decenni e che continuo ad approfondire, e terzo si basa soprattutto sul rispetto che do a tutti e che esigo da tutti.

Innanzitutto ti chiediamo di delineare la tua storia: a quando risale il tuto primo approccio con la musica? Nasci come writer, per focalizzare la tua attenzione sul Rap…
Per la verità mi avvicino prima alla musica Rap, esattamente nel ’92 in Germania, periodo in cui inizio ad ascoltare “What’s my name” di Snoop e i Cypress Hill con “Insane in the brain”. Pure “Jumo” dei Kriss Kross è stato uno dei primi brani che mi hanno colpito. Amore a prima vista. Attorno a questo periodo giravano parecchie cassette  audio, mixtapes dall’America, CD di Ice-T e degli Onyx. Un periodo che ricordo con piacere, per trovare quello che ti piaceva dovevi cercare seriamente, andare nei negozi, consultare riviste, parlare con gli amici  e scambiarti materiale. Mi sono sempre visto, prima che rapper, MC o beatmaker, come fan della musica Rap. Qualche anno dopo scrissi la mia prima rima, ma ho concretizzato i primi progetti attorno al 96/97 qui a Roma, con varie uscite su mixtapes che forse qualcuno ancora ricorda (Rebel Dogs, Underground Familia, ecc.). Diciamo attorno allo stesso periodo ho iniziato a fare graffiti, sia in Germania che in Italia. Nel ’98 entro nel GF, il Global Force, un crew di writers e MC’s da varie parti del mondo ma con base a Roma, che ancora esiste e che continuo a rappresentare. Musicalmente ho le mie radici in quella che definisco la “nuova scuola del Rap” che inizia a evolversi tra il 92 e il 95 soprattutto con il Wu Tang, in particolare i beats di Rza e Dj Premier. Quella è la mia base di conoscenze e ancora oggi ritengo non solo per me, ma per la musica Rap in genere come periodo fondamentale di cambiamento. Nel 2004 esce il disco “Progetto Gorilla” insieme a Tony Sky e qualche mese dopo entro nella Prestigio Records e stringo rapporti di amicizia con il Truceklan. Tutto il resto è storia.

Sei cresciuto fra Monaco di Baviera e Roma, ed hai quindi avuto modo nel tempo di confrontare le due scene: facendo un parallelo fra esse cosa hai trovato in comune e quali sono gli aspetti che le diversificano maggiormente?
Le due scene al momento sono completamente diverse. In Germania ha influito negli ultimi dieci anni parecchi la presenza di stranieri o di tedeschi con un background di immigrazione. Infatti si possono trovare moltissimi rapper turchi, arabi, italiani, ecc. oltre ovviamente ai rapper tedeschi. La scena in Germania, in parte pure per questo motivo sta attraversando la fase “gangsta rap”, anche se ci sono una marea di correnti e stili che si sviluppano, crescono e si evolvono parallelamente. In Germania la musica è un’industria, e si vendono ancora molti dischi. Nell’ambito Rap hanno avuto successo brani molto tosti con vendite sui 200.000, si organizzano parecchi festival durante l’estate e c’è un via vai continuo di artisti stranieri. Rispetto all’Italia vedo che la gente ascolta pure più Rap americano e francese, per questo direi che c’è una cultura più approfondita su questa musica rispetto a qui. Un’altra cosa da sottolineare è che l’Hiphop in Germania è esploso almeno dieci anni prima che in Italia.

Reborn è il tuo ultimo lavoro, 18 tracce autoprodotte con il pregio non trascurabile di essere varie nei suoni e nei contenuti. Perché questo titolo?
Il titolo Reborn l’ho scelto insieme al mio socio con cui ho prodotto il disco. L’abbiamo scelto per far capire la maturazione di Santo come artista, quasi una rinascita rispetto al passato con un approccio più aperto alla musica in generale. Infatti l’album è pieno di collaborazione di musicisti e cantanti esterni al mondo del Rap, che hanno dato un bel contributo a rendere Reborn vario e ad alzare il livello musicale. Abbiamo chitarristi, pianisti, cantanti di vario genere. Rispetto a qualche anno fa, ho iniziato a dare valore alla musica per quella che è, senza distinzioni di stile o mercato. Se una canzone mi piace, mi piace e basta. Non conta se commerciale o underground, rock o hiphop, se mi trasmette qualcosa è ok. Reborn p un’apertura musicale e una maturazione artistica, cercando di dare valore alla musica nel senso più puro, però mantenendo sempre la radice nel Rap.

Ghiaccio Ent., correggimi se sbaglio, è la sigla con cui firmi tutti i tuoi progetti artistici. L’autoproduzione ha sempre avuto una parte rilevante nel tuo processo creativo, vincolo obbligato o scelta naturale?
Diciamo che di base mi considero un’artista libero e cerco la massima libertà in quello che faccio e creo. Voglio avere la possibilità di dire e fare quello che mi sento, senza censura o senza pensare a quello che potrebbe piacere o non piacere. Su questo sono molto chiaro. E non vuol dire che non posso fare un a canzone d’amore, l’importante che come scelta sia al 100% mia e mi rispecchi realmente. Certo, le major sono un’ottima soluzione per far arrivare la propria musica alla gente, grazie alla loro distribuzione capillare, le connessioni con le TV e i media e alla promozione che mettono a tua disposizione (non sempre come sappiamo”). Però gli svantaggi non sono pochi. La major si prende più del 90% del profitto sulla tua musica, per loro sei solo un prodotto, che vuol dire che se vendi va bene se non vendi ti mollano immediatamente. Oltretutto oggi giorno offrono quasi solo contratti a 360°, vuol dire che si prendono una fetta sul tuo merchandise, i tuoi concerti ecc… La soluzione che cercherei sarebbe la produzione indipendente e una promozione e distribuzione major o simile. Così ti tieni una bella fetta del profitto e allo stesso tempo hai la piena gestione della tua musica. Tra l’altro è quello che hanno fatto i miliardari del Rap: Master P, P. Diddy, Irv Gotti, Birdman… A livello imprenditoriale sono sicuramente un esempio da seguire. Preferisco fare la mia cosa con tanti sacrifici ma tanta soddisfazione che diventare uno schiavo per una major. La Ghiaccio Enterprises indipendente continua a lavorare in direzione Top.

Roma è un acittà in questo momento molto prolifica per l’Hiphop: una vitalità che confluisce in serate, gruppi, dischi… paradossalmente non credi che questa sorta di overproduzione incida anche sulla qualità dei prodotti?
Concordo pienamente e con dispiacere devo dire che nonostante la grande diffusione di cui sta godendo il Rap a Roma (e in Italia), vedo poca creatività e originalità. Ci sono un paio di trendsetter, quelli che hanno il loro stile, che portano avanti con convinzione, ma la grande massa è un po’ “pecorona”, chi cerca di copiare rime, il modo di vestirsi, i beat, gli argomenti.. Non vedo spiccare troppi talenti puri, anche se sono sempre in giro ad ascoltare. Parlando di Roma, io mi vedo come uno dei maggiori rappresentanti della città, cerco di portare innovazione, originalità senza compromessi e voglio lasciare il mio marchio indelebile sulla scena nazionale.

Sei stato fra i primi nella scena a fare uso intensivo delle nuove tecnologie come mezzi efficaci di comunicazione, come dimostra il tuo canale Youtube e soprattutto Santo TV. Come hai avuto questa intuizione.
Santo TV mi è venuta in mente pensando alla mia immagine e quello che la gente sa di me, perciò ho deciso di mostrare altri lati miei, dato che non la sola musica uno si può fare un’idea un po’ superficiale su chi è Santo, su quello che pensa e che cosa rappresenta. E’ anche un mezzo per avvicinare l’informazione ai giovani che magari su disinteressano ci certe cose, un modo per fargli capire che dobbiamo essere vigili su quello che succede attorno a noi per non farci prendere per il culo da nessuno, media, politici, ecc… In poche parole creare un format di informazione chiaro e comprensibile. Al momento sto lavorando alla terza serie, e sto collaborando pure con qualche altro media online per migliorare il prodotto e farlo circolare di più.

Prossimi progetti? Sei già alle prese con un nuovo album?
Sto già lavorando al mio nuovo album, ho una decina di pezzi pronti da registrare. Credo che sarà il mio personale capolavoro, non per arroganza, ma ci sto mettendo il meglio come rime, concetti, basi e collaborazioni. Non ho ancora scelto un titolo, ma qualche idea già ce l’ho. Parlerò di vita e di morte, di ricchezza e di povertà, di persone e di società, ma sempre in un formato fresco e innovativo. Oltre a questo sto lavorando a 2/3 mixtapes da far uscire nel prossimo periodo, pezzi vari con qualche collabo, visto che ho circa 150 pezzo già registrati che devo solo scegliere. Santo TV ovviamente procede, stiamo in fase di redesign per migliorare il prodotto in tutti i suoi aspetti e nei contenuti. In più sto lavorando a vari videoclip in una joint venture con la November Rain Video etc., sia streetvideo che videoclip completi per il grande pubblico. Quello che posso garantire a tutti è che Santo manterrà vivo l’Hiphop nella sua forma più pura e innovativa, sempre con l’obbiettivo di fare qualcosa di unico che possa restare nel tempo.

Simboli ostentati di questa nuova golden age sono look aggressivi, belle donne, piscine e soldi, soprattutto tanti soldi: che rapporti hai con il denaro?
Il denaro nella società in cui viviamo è fondamentale. Oltre al vivere basilare, il mangiare, il vestirsi, è pure uno specchio nella società: sei quello che hai. Un concetto molto superficiale che secondo però riflette lo stato reale delle cose. La gente ha bisogno di apparire per quella che è o non è. Pure io ovviamente sono a “caccia di soldi” come tutti, ma cerco di avere una visione razionale. Non voglio essere schiavo di un sistema consumistico in cui guadagni e spendi, per riguadagnare e rispendere… Nel Rap vedo ovviamente il lato divertente della cosa, lo sfoggio di oggetti di lusso nei video l’atteggiamento, le belle donne. Fa parte dello showbusiness e di un’immagine che si è create negli anni. Ma la gente deve pure capire quale è il limite e qual è la realtà. Perché se parliamo di rapper americani, è noto che molti si affittano le macchine, le catene o le donne che sfoggiano. Si deve vedere il quadro completo per non credere che quella sia la realtà. Per avere un certo stile di vita ci sono rischi da prendere, che spesso sono amari. Una cosa che poi mi da parecchio fastidio è questo copiare gli americani. E’ una mancanza di rispetto nei loro confronti soprattutto. L’Italia deve sviluppare una propria immagine, oltre ovviamente alla musica e non copiare ogni trend che arriva da oltre oceano.

La tua creatività si esprime anche in altri modi, come ad esempio la direzione di videoclip e/o la regia del tuo canale televisivo: parlaci un po’ di questo aspetto secondario del tuo lavoro, ma non per questo meno importante…
Da sempre sono appassionato di film e video, credo che siano un modo eccellente per esprimere concetti, idee ed emozioni. Proprio per questo mio interesse qualche anno fa ho iniziato a interessarmi dei regia, luci e colori, scrittura di video e film per poter realizzare in futuro le mie produzioni indipendenti come regista. Grazie al fatto che curo spesso la regia dei miei video, ho la possibilità di creare un prodotto creativo completo sotto il mio controllo. Riesco così ad esprimermi oltre al lato audio, con le rime e i beat, anche dal lato video con le immagini e i colori, chiudendo in qualche modo il cerchio del processo di creazione. Questa è una bellissimo soddisfazione, che implica lavoro e passione ma viene ripagata in pieno.

Una domanda delicata: da buoni “hiphop hunter” esploriamo e setacciamo il web alla ricerca di nuovi spunti e sui forum tu sei uno degli obbiettivi preferiti degli haters o cosiddetti tali. Ti sei mai chiesto il perché? Cosa risponderesti a queste critiche?
Definiamo l’hater nell’era del web: una persona che da casa offende un’altra persona che non conosce, per invidia, ignoranza o noia. Abbastanza triste come quadro. Io non ho niente contro la critica costruttiva e le idee in contrasto con quello che faccio, ma le offese non le tollero, soprattutto perché per strada non ho mai sentito una parola offensiva nei miei confronti, da ciò deduco che abbiamo a che fare con dei ragazzini o dei codardi. Ma in linea generale non mi toccano particolarmente le cose che dicono i cosiddetti haters sul web. Ho ricevuto props dai migliori in Italia, tutto basato sul rispetto e la stima reciproca tra gente che fa musica, che si da da fare e non chiacchiera. Quello che dice un coglione “ a me non mene può fregà e meno” come si dice a Roma.

 

Intervista a cura di Mark Lenger / Moodmagazine Maggio 2012

 

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