Musica impegnata o non impegnata?

La musica, se vista dal punto di vista di quello che è in vista, musicalmente e concettualmente, si può suddividere tra musica impegnata e musica non impegnata – più specificatamente tra l’approccio “serio” e chiaramente espressivo di un pensiero e tra l’approccio visto superficilamente vacuo che però nel sottostrato e nel complesso contiene più di quello che mostra esplicitamente. Un tema che ci fa discutere, visto che stiamo parlando di due modi di vedere e concepire la musica, e l’arte in generale, contrapposti.
I primi, e senza dubbi la maggioranza, sono quelli che cercano un messaggio e un tema, un contesto palpabile in cui inserire immediatamente l’opera che ascoltano o creano, danno la maggiorparte del peso al contenuto che viene esplicitamente esposto nell’opera. Di base possono suscitare questo tipo di sensazioni temi chiari e noti come argomenti di disagio, sentimento, politica o società o altrimenti parole che danno l’impressione all’ascoltatore di profondità e spessore, come per esempio “sguardi offuscati da nebbie notturne” – parole altosonanti ma in realtà diafane. E’ una scelta di fare musica in questo modo che accetto e rispetto, ma che non condivido, perché qui possiamo parlare – si di musica, ma non di arte, perché il fatto stesso di voler esplicitamente

mostrare che si sta lavorando a qualcosa di “impegnato” svaluta automaticamente tutto il processo creativo e lo rende pleonastico, dato che si preferisce la scorciatoia, la via più facile per l’autore / compositore e la più accessibile all’ascoltatore. Mancano i vari livelli di interpretazione che danno il vero spessore alla musica, manca l’aria alla creazione che lascia lo spazio alle idee e alla creatività da entrambi i lati, manca la multidimensionalità dell’opera che la rende ampia ed universale, invece così si ha un unico piano senza sbocchi.
I secondi, per dire la verità pochi, credono nell’espressione intrinseca di quello che si sta facendo e creando, senza il bisogno di voler dimostrare qualcosa, ma anzi, con lo spirito libero da forzature, banalità e sopratutto narcissismo e protagonismo, visto che è l’opera in sé che parla e non le parole nell’opera, e non sono le note e le melodie a dare l’atmosfera ma la musica in sé. Una differenza enorme nell’approccio alla musica e all’arte in generale. Certamente quest’ultimo è più arduo come percorso artistico, ma di sicuro più puro – implica una ricerca approfondita e uno sguardo aperto. Una creazione di questo genere ha vari strati di contenuti e messaggi ”nascosti”, che si celano all’orecchio o alla vista dell’usufruitore superficiale, che non si prende il tempo per capire realmente l’idea o le idee dietro l’opera.
Leggere tra le righe, interpretare il pensiero più profondo che si trova al di sotto del testo e riflettere sulle parole o le “non parole” di un brano, credo che faccia parte dello stimolare l’ascoltatore e rendere giustizia alla parola musica, e espandendo il discorso  a tutte le arti espressive. All’incontrario invece troppo spesso si sposta l’attenzione su tematiche e atmosfere forzatamente impegnate, sul lato visibile e facilmente “capibile” – Vereinfachung -, cosìcche per forza di cose l’interpretazione resta solo in superficie e si sacrifica l’arte al narcissismo e al piacere della visibilità facile, facendo entrare politica, il politically correct e la società come influenza diretta nell’opera – i fattori più distruttivi per l’arte, che ha bisogno di vasti spazi e richiede anche nel contenuto più sporco la piena purezza.

Riporto un pensiero di Danilo Kis sulla letteratura, che però si può tranquillamente allargare a tutto l’orizzonte delle opere creative, come in questo caso la musica:
“Questo principio, in base al quale la letteratura deve essere impegnata o non è letteratura, evidenzia soltanto fino a che punto la politica è penetrata in tutti i pori della nostra vita e del nostro essere, invadendo ogni cosa come una palude, fino a che punto l’uomo sia diventato unidimensionale e povero di spirito, fino a che punto la poesia sia stata sconfitta.” Danilo Kis

Fabian S. Caruso

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